IL VELENO DENTRO
La canzone cominciò e la melodia riempì la stanza che sapeva di fumo, di nebbia e di buio.
Lei si voltò verso il suo amore che le dormiva accanto sul divano. I piedi magri sulle ginocchia. Quand’era successo che aveva perso ancora peso? Com’era possibile che non se ne fosse accorta prima?
L’uomo col cappello cantava di una donna che volava in cielo con il suo grande amore. Non avrebbero sentito più né fame né sete. Né dolore.
Quando gli accarezzò
il piede, un piccolo gesto morbido, lui si svegliò.
E’ ora di andare a letto, gli disse e lo sollevò. Tenendolo tra le braccia sentì il peso dell’aria che le sfondava il petto, tanto faceva male. Il peso dell’aria le entrava nello stomaco attraverso l’ombelico e le strappava le budella il fegato i reni la gola il naso gli occhi. Il cuore. Era finita.
Alzò le coperte e lo fece sedere.
Bevi tutto, gli disse, bevi tutto.
Il veleno scese amaro nella gola di lui. Quando anche l’ultima goccia era arrivata allo stomaco, infilò il pijama e gli si distese accanto.
Lo abbracciò tenendolo stretto al petto come una volta, quand’era piccolo e c’era ancora qualcuno che li amava. Quando ancora qualcuno la illudeva con false speranze. Quando ancora l’ombra della morte era lontana e lei aveva creduto di poterlo tenere per sempre accanto a sè. Quando ancora non si era arresa.
Lui si addormentò. Si accorse che il veleno stava cominciando a fare effetto nel momento in cui iniziarono gli spasmi. Le gambe magre si muovevano a scatti, le mani, il collo e infine il busto. Spasmi forti da far tremare il letto. Poi più nulla.
Respirava ancora. Il piccolo petto ancora si gonfiava sotto il peso della mano della madre. Respirava ancora.
Il coltello stava nel cassetto in basso tra il libro e i cd. Lo prese. Iniziò a tagliare. In principio fu lo strato superiore e da lì non usciva niente.
Non è vero che i polsi si tagliano velocemente. La pelle è sottile, ma molto resistente. Affondò la lama con più forza e questa volta qualcosa uscì, ma non abbastanza.
Allora provò più sù. Il primo strato, il secondo, i muscoli. Vennero recisi i tendini e poi, finalmente, l’arteria. Non faceva male, no. Non faceva nulla. Non sentiva niente.
La pace invece quella un po’ iniziava a sentirla.
Perdonami, aveva scritto al suo uomo. Butta le mie ceneri per aria e lascia che io voli.
Come la donna cannone leggera nell’aria insieme al suo unico amore, anche lei non avrebbe sentito più nulla e senza fame e senza sete sarebbero volati via.
Era ancora buio quando i corpi vennero caricati e trasportati all’ospedale. Non potevano perdere nemmeno un minuto. Non c’era quasi più vita.
La sera lei aprì gli occhi. La prima cosa che fece fu chiedere del suo bambino, il suo unico amore.
Si era salvato. Ce l’aveva fatta anche lui. Si era salvato.
La vita cominciava in quel momento.
Posted: March 11th, 2008 under te la racconto io.
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